Trasmettere la memoria

A cura di Sara Fumagalli e Paolo Mansolillo.

Per questo ho vissuto, la mia vita ad Auschwitz-Birkenau e altri esili

«Perché sono tornato vivo? Perché l’ho scampata? Perché proprio io?»

Queste sono le domande che ritornavano nella mente di Sami.

Samuele Modiano è nato a Rodi nel 1930. Dopo aver perso sua madre qualche anno prima, il 23 luglio del 1944 lui, suo padre e sua sorella, insieme a tutta la comunità ebraica rodiota, vennero deportati nel campo di sterminio di Birkenau. Un viaggio atroce senza nessun rispetto per le basilari condizioni umane, tra imbarcazioni e treni bestiame, durato circa un mese. Grazie alla caparbietà di suo padre Giacobbe e l’aiuto del Padre Eterno, Sami venne destinato ai lavori forzati e scampò alle camere a gas. Tra mille disavventure e condizioni di vita disumane, nel gennaio del 1945, dopo aver perso suo padre e sua sorella, riuscì a sopravvivere anche alla marcia della morte, mimetizzandosi in un mucchio di cadaveri. Dopo il ritorno, si trasferisce in Africa, da dove però fuggirà a causa della sanguinosa guerra del Congo. Ha sposato Selma, con la quale tuttora vive, e dal 2012 ha iniziato a raccontare ciò che i suoi occhi hanno visto.

«Ogni tanto vedevamo degli aerei da ricognizione passarci sulla testa e notavamo qualche increspatura sospetta sulla superficie del mare, poco distante dai nostri battelli. Si trattava di sommergibili inglesi e greci, che pattugliavano costantemente le acque dell’Egeo. Molto probabilmente avevano seguito la nostra rotta fin dall’inizio. Eppure non fecero nulla per aiutarci».

In questo passaggio un ragazzino di appena 13 anni e mezzo sperimenta nel suo animo l’indifferenza, come punto di non ritorno dell’uomo, che si aggiungerà alle tante domande e alle ferite che un sopravvissuto si porta dentro.

«E poi cominciò la selezione. La faceva un medico […] Con un semplice gesto, con quel solo sguardo lui decideva chi doveva vivere, per poco, e chi doveva subito morire»

«Fu la tenacia di mio papà a salvarmi la vita. Lui era un uomo di quaranta, quarantacinque anni, alto e abbastanza robusto; mi teneva per mano dietro di sé, quando venne scelto per andare a lavorare, nella confusione mi tirò a se, così sono finito insieme a quelli selezionati per il lavoro»

In una frazione di secondo un “uomo” ormai privo di qualsiasi connotazione che lo renda tale,  decideva il destino di altre persone, impotenti davanti alla loro sorte.

«Era l’ultima procedura dell’immatricolazione: il tatuaggio, che ci venne fatto da quello stesso prigioniero. Mio padre mi teneva ancora per mano, fin qui non mi aveva mai lasciato; mi spinse verso il tavolo dove mise il suo braccio, davanti a me, quasi per farmi vedere come si doveva fare, perché io non provassi paura. Allora io lo imitai, mentre lui aspettava che finissero di tatuarmi. Infatti io ho il numero B7456, mio padre aveva il B7455».

Anche se si trovavano in un posto dal quale si usciva solo con la morte, i legami affettivi risultavano più forti e rappresentavano un’ancora di salvezza e la forza per sopravvivere.

«La situazione, però, col passare dei giorni divenne sempre più difficile e, anche se al rientro dal lavoro ci si cercava a vicenda per stare un po’ insieme, io sentivo che c’era qualcosa che pian pianino ci stava separando. Notavo che lui era sempre più silenzioso, che si chiudeva sempre più in se stesso. Si stava consumando […] A mio padre lo dissi chiaro e tondo: se non era più venuta, voleva dire che non ce l’aveva fatta. Ma lui aveva già capito tutto. E da quel momento decise di farla finita, perché tanto non ci sarebbe stata alcuna via d’uscita, nessuna»

«Mi chiedo spesso che cosa mi abbia salvato in quel momento, se la volontà di mio padre o la confusione. Forse il Padre Eterno».

Questa è la testimonianza di un ragazzino di appena 13 anni che stava entrando nella fase centrale dell’adolescenza e che pian piano sarebbe diventato un uomo come chiunque altro.

Ma è stato vittima, come tanti ebrei, del più grande abisso raggiunto dall’uomo.

Era il 7 Luglio del 2017, quando Io e Sara, conoscemmo Sami e Selma. Tutto avvenne per caso, durante un caldo pomeriggio della nostra vacanza estiva a Rodi. Ci hanno accolto all’interno della sinagoga della città vecchia e ci hanno trasportato dentro la loro storia attraverso i racconti emozionali di tutto il loro vissuto. Ricordiamo come se fosse adesso l’attimo in cui Sami ci ha chiesto di stringere con tutte le nostre forze il suo tatuaggio ed esprimere un desiderio, sono attimi che ti cambiano la vita per sempre.

Meet Sami ModianoFoto dell’incontro con Sami Modiano

Mancavano dieci minuti alle 14:00, ora in cui Sami terminava il suo servizio volontario alla sinagoga, dopo aver girato invano per tutta la mattina alla ricerca della sinagoga stessa, per caso l’abbiamo trovata, giusto un attimo prima di rinunciare all’impresa e fare ritorno in albergo. Dovevamo incontrarci: era come se tutto fosse già scritto e i nostri sguardi carichi di emozione ne erano la prova.

Overview the town of RhodesPanoramica della città di Rodi

 

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