Fossili tra le pietre: un viaggio nel tempo

C’è un momento preciso, tutte le volte che visito un edificio storico, in cui smetto di osservare verso l’alto — le arcate, gli affreschi, i capitelli scolpiti — e comincio a guardare in basso, o al massimo ad altezza d’uomo. Non per distrazione, ma perché so che proprio lì, tra i mattoni e le pietre delle pareti o del pavimento, potrebbe nascondersi uno dei piccoli tesori che cerco: i fossili.

Questa abitudine, ormai divenuta un vero e proprio rituale durante i miei viaggi, affonda le sue radici negli anni della scuola elementare. Da bambino, avevo una passione smisurata per l’età della pietra. Quando a scuola cominciammo a studiare la preistoria, mi innamorai di tutto ciò che riguardava gli uomini primitivi. Ogni uscita fuori città con i miei genitori — che fosse in campagna o in montagna — si trasformava in una vera e propria caccia al reperto: cercavo selci lavorate, punte di freccia, ossa antiche, qualsiasi cosa potesse anche solo vagamente sembrare un oggetto del passato.

Con il tempo mi resi conto che l’impresa non era così semplice. Allora iniziai a costruirli io, quegli strumenti: prendevo grandi sassi, li spaccavo, provavo a sagomarli come vedevo sui libri. Non erano perfetti, ma per me erano come entrare in contatto con un altro tempo, un tempo in cui l’uomo imparava a lasciare tracce.

Quella passione per le tracce del passato non mi ha mai lasciato. E così oggi, ogni volta che sono in viaggio e mi trovo davanti a una chiesa romanica, una facciata antica o un lastricato medievale, i miei occhi cominciano a cercare. Non ossa, non utensili: cerco fossili.

Le rocce sedimentarie usate in tante costruzioni storiche sono spesso vere e proprie capsule del tempo. Basta guardare con attenzione, e si possono scorgere forme spiraliformi, piccoli calchi di conchiglie, segmenti di antichi organismi marini che, milioni di anni fa, si sono fossilizzati e oggi decorano — inconsapevolmente — le nostre città.

Uno dei luoghi in cui ho avuto più fortuna è stata Verona. Passeggiando tra le piazze del centro, mi sono accorto che molte lastre di pietra dei marciapiedi e delle pavimentazioni custodiscono fossili visibili a occhio nudo. Alcuni sono così perfetti da sembrare disegni incisi con il compasso. Con il tempo ho imparato a riconoscere alcune forme tipiche, come quelle delle ammoniti, che assomigliano a delle spirali concentriche. E ogni volta che ne trovo una, mi fermo, la osservo, la fotografo. È come se in quel momento si creasse un filo diretto tra me e qualcosa che ha vissuto milioni di anni fa.

Ma il vero colpo al cuore l’ho avuto a Castell’Arquato, un piccolo borgo medievale in provincia di Piacenza. Qui, nella splendida chiesa collegiata di Santa Maria Assunta, che domina la piazza principale, le pareti in pietra sono un vero museo naturale a cielo aperto. Fossili ovunque: alcuni piccolissimi, nascosti tra le venature della roccia; altri più evidenti, incastonati come gioielli dimenticati dal tempo. Ricordo la sensazione di meraviglia — la stessa che provavo da bambino — mentre passavo le dita su quelle forme, come se potessi “leggerle” con il tatto. Ogni pietra aveva qualcosa da raccontare.

E la cosa più affascinante è che, nella maggior parte dei casi, nessuno ci fa caso. Mentre i turisti fotografano la facciata o si godono il panorama, io mi chino a osservare un dettaglio nel muro, una spirale sul pavimento. Sono momenti silenziosi, intimi, in cui mi sembra di ritrovare quel bambino che andava alla ricerca di un pezzo di storia.

Questa mia piccola passione nascosta è diventata un modo tutto mio di viaggiare. Un viaggio nel viaggio, alla ricerca di tracce che raccontano un tempo ancora più lontano di quello degli uomini. Perché tra i mattoni di una chiesa, o sotto i nostri piedi in una piazza qualunque, può nascondersi l’eco di un mondo che non c’è più, ma che ha lasciato il suo segno nella pietra.

E per me, ogni volta che ne scopro uno, è come tornare bambino.

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