Venezia tra calli e rii: perdersi per ritrovarsi

Venezia non è una città: è un incantesimo.
Ogni volta che ci torno, anche se sono ormai diverse le mie visite — fugaci giornate di primavera, weekend lunghi, e un indimenticabile workshop durante il Carnevale — sento lo stesso brivido appena metto piede fuori dalla stazione di Santa Lucia: davanti a me, il Canal Grande e la promessa di perdermi. Di nuovo.

Perché a Venezia ci si deve perdere. Solo così si può davvero incontrare il suo spirito.

L’ho attraversata in lungo e in largo, senza fretta, senza meta. A piedi, perché è l’unico modo per sentirla pulsare sotto la suola delle scarpe, tra un sotoportego e una salizada, tra un ramo cieco e un campo che si apre all’improvviso come un abbraccio.

Ma Venezia non è solo bellezza visiva. È fatta di storie, e soprattutto, di leggende. Come quella che racconta che la città sia nata da un popolo in fuga: i veneti scappati dalla furia di Attila trovarono rifugio tra le isole deserte di una laguna che allora era solo fango e silenzio. Laggiù, dove l’acqua incontra la terra e il cielo si riflette nei rii, nacque Venezia.

Oggi quelle 124 isole, unite da 438 ponti — in pietra, in ferro, in legno — formano un mosaico straordinario. Le vie non si chiamano strade ma calli, e già solo il loro nome ti racconta un altro mondo. Alcune sono strette come fenditure, altre si spalancano improvvisamente su campi silenziosi dove un tempo si coltivava e si abbeveravano le bestie. Solo una piazza a Venezia ha davvero il nome di piazza, ed è naturalmente San Marco: tutto il resto sono campi o campielli, piccoli salotti urbani incastonati tra palazzi e chiese.

Passeggiando lontano dai flussi turistici — e io lo faccio ogni volta, cercando nuove deviazioni — si scoprono angoli che sembrano rimasti fuori dal tempo. Come le fondamenta dove si affacciano le case dei veneziani veri, quelli che appendono ancora il bucato tra un edificio e l’altro, che scendono a prendere il pane al forno sotto casa e si salutano con un “ciao” anche se non ti hanno mai visto prima.

Durante il mio soggiorno a Venezia per il libro Storie Artigiane, ho avuto il privilegio di incontrare due mondi che raccontano l’anima più autentica della città. Da una parte, un artigiano che realizza forcole e remi per le gondole, lavorando il legno con cura e maestria, secondo gesti antichi tramandati nel tempo.

Dall’altra, una madre e una figlia che, in una bottega intrisa dell’odore di colla e cartapesta, danno vita a maschere tradizionali e bambole di porcellana, custodi silenziose di storie dimenticate.

I loro racconti sono intrecci di orgoglio, malinconia e, soprattutto, di resistenza: quella di chi, contro ogni logica economica, continua a credere nel valore del proprio saper fare, tenendo viva una tradizione che resiste al tempo.

Una delle mie zone del cuore è Cannaregio. Sarà che ci abitavano Tintoretto e Tiziano, sarà che i suoi colori cambiano con la luce come un acquerello. Attraversando il Ponte delle Guglie si entra in un’altra Venezia, più lenta e vera. Lì c’è il Ghetto, uno dei luoghi più toccanti della città, dove la storia parla forte tra le mura alte e le sinagoghe discrete. Proseguendo si incontra la Fondamenta dei Ormesini, perfetta per una passeggiata al tramonto, quando la laguna si accende e la città si fa silenziosa.

Venezia è anche questo: un gioco di riflessi, di voci che rimbalzano tra i muri umidi, di dettagli architettonici che raccontano un passato di mercanti e marinai, di donne affacciate a una vera da pozzo che chiacchierano come una volta. I palazzi, con i loro piani nobili, raccontano ancora la grandezza della Serenissima: magazzini sotto, saloni da ballo sopra, e le mansarde dove dormivano servitù e sogni.

Ogni rio è uno specchio che cambia con il cielo. Ogni ponte è una possibilità di deviazione. Ogni calle, un invito a smarrirsi.

E allora il mio consiglio è uno solo: non seguite la mappa. Camminate a caso, seguite l’odore del pane, il suono delle barche, una finestra aperta su una cucina. Solo così scoprirete la vera Venezia. Quella che non si mostra a chi ha fretta.

Quella che aspetta solo che vi perdiate.
Per ritrovarvi.

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