Capitolo 16

Le cose che non si dicono

“Ogni riferimento a persone, cose o fatti realmente esistenti o accaduti è puramente casuale.”

Maricel non era abituata a inciampare nelle emozioni. O, almeno, non a mostrarle. Cresciuta nella consapevolezza che la vita non regala nulla, aveva imparato presto a contare su sé stessa. L’indipendenza era la sua corazza, l’ironia il suo scudo. Ma da qualche giorno quella corazza aveva cominciato a scricchiolare.

Non capiva bene cosa fosse successo. Aveva detto qualcosa — una frase gettata lì, forse troppo in fretta, forse troppo sinceramente — e Alessandro aveva smesso di essere lo stesso. Si era fatto più distante, silenzioso, sfuggente. E quel silenzio le pesava più di quanto fosse disposta ad ammettere.

C’era una parte di lei che voleva lasciar correre, pensare che fosse solo una fase passeggera, che Alessandro si sarebbe fatto vivo da solo. Ma l’altra parte — quella più vera, quella che si era risvegliata quando gli aveva sfiorato la gamba senza pensarci — non riusciva a stare ferma.

Maricel si sentiva vulnerabile. E questo la faceva impazzire.

Poi lui le propose di vedersi. In centro. Un luogo neutro, lontano dalle scrivanie, dalle scartoffie e dai non detti. Accettò senza pensarci. Forse era il momento giusto per smettere di nascondersi.

Quel pomeriggio la città sembrava bollire. Il sole, impietoso, si rifletteva sull’asfalto e faceva tremolare l’aria. Camminavano uno accanto all’altra, cercando l’ombra in ogni modo, lasciando che le parole rompessero piano il ghiaccio. All’inizio fu quasi una battaglia: lei pungente, lui sospettoso. Ma poi qualcosa si ruppe. O meglio: qualcosa si sciolse.

Seduti in un bar defilato, con due bicchieri pieni di ghiaccio e sorrisi a metà, cominciarono a parlare davvero. Lei, con quella sua sincerità tagliente eppure così fragile, trovò il coraggio di spiegarsi. E Alessandro, pur con la sua ritrosia, abbassò la guardia. I suoi occhi, di solito diffidenti, erano pieni di luce.

Maricel lo guardò e si chiese come fosse possibile sentirsi così esposta e, al tempo stesso, così al sicuro. Lui l’ascoltava davvero.

Dopo il chiarimento, decisero di camminare ancora. Il calore sembrava meno opprimente, forse perché tra loro l’aria si era fatta più leggera. Arrivarono al parco e, lì, sotto l’ombra con vista sul castello meneghino, si sedettero su una panchina.

Alessandro si sdraiò, appoggiando la testa sulle gambe di lei.

Quel gesto, così naturale e al tempo stesso carico di intimità, le fece stringere il cuore. Nessuno l’aveva mai fatto prima. Nessuno si era fidato così. E lei, che da anni teneva fuori il mondo, si ritrovò a disegnare cerchi invisibili sulla sua fronte. Sentiva qualcosa sciogliersi dentro di sé, qualcosa che aveva congelato molto tempo fa.

Lui le prese la mano e, senza dire una parola, la portò sul proprio volto. Le dita si muovevano lente, sfiorandole la pelle, come a voler imprimere nella memoria ogni dettaglio. Poi lui parlò, con quella voce bassa che sembrava sempre venire da un luogo più profondo.

«Mi dai un bacio? Proprio qui», disse, indicando la guancia.

Maricel sorrise. Era un desiderio innocente, quasi infantile, ma il modo in cui lo aveva chiesto l’aveva spiazzata. Si avvicinò, lasciando che le sue labbra sfiorassero le guance di lui. Una, poi l’altra. Sentì Alessandro chiudere gli occhi. Era evidente che gli piaceva. Tantissimo.

Ma fu quando lui cominciò a baciarla — non le labbra, non ancora — ma tutto intorno, come a volerle disegnare un perimetro di desiderio, che il respiro di Maricel cambiò. Non era solo attrazione. Era qualcosa che scavava dentro, che la faceva tremare senza toccarla.

Poi le labbra si sfiorarono. Solo per un istante. E fu come se il tempo si fermasse.

Maricel trattenne il fiato. Non erano ancora arrivati a quel bacio, non del tutto. Ma lei sapeva che non mancava molto. Ci sono cose che non si dicono, che non si spiegano. Si sentono. E lei, proprio in quell’istante, le sentiva tutte.

La canzone che ti suggerisco di ascoltare per questo capitolo è:

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