Una fiamma e una ferita
“Ogni riferimento a persone, cose o fatti realmente esistenti o accaduti è puramente casuale.”
Lei non rispose subito. Appoggiò di nuovo la fronte sul suo petto. Avrebbe voluto dire di sì, ma sapeva che farlo significava non poter più tornare indietro. E così, quella sera, non tornarono ciascuno nella propria casa…
La mansarda di Alessandro era immersa in una penombra calda. Le finestre spalancate cercavano invano un po’ di respiro da quella giornata di caldo improvviso, che sembrava non voler cedere nemmeno con il calare della sera. L’aria era immobile, densa, intrisa di vita. La luna, nel suo pieno splendore, filtrava dai lucernari, disegnando fasci di luce sulle travi a vista.
Maricel lo osservava mentre preparava qualcosa di semplice da mangiare: un’insalata fresca con pomodori, tonno e basilico. Niente vino. Solo due bicchieri d’acqua, con ghiaccio e limone.
«Sei sempre così essenziale?» gli chiese, con un mezzo sorriso.
«Quasi sempre. E sono astemio da una vita.»
«Mi piace,» disse lei, senza pensarci.
Cenarono seduti su due cuscini a terra, con il ventilatore che ronzava piano da un angolo. I loro piedi si sfioravano di tanto in tanto sotto il tavolino basso. Ogni parola era lieve, ma carica di sottintesi. Ogni silenzio, denso di tensione.
Quando Alessandro si alzò per sparecchiare, Maricel lo raggiunse alle spalle e gli posò un bacio sulla scapola nuda. Fu come un’esplosione trattenuta troppo a lungo. Si voltarono insieme e si baciarono ancora. I corpi si cercarono senza più freni. La pelle, umida per il caldo, si fuse con naturalezza nell’altra. I sospiri si fecero parole sussurrate solo col fiato. Fu una danza d’amore e desiderio, carnale e vibrante, in un letto disfatto, nel cuore di quella mansarda sospesa sopra il mondo.
Poi venne il silenzio. Il dopo. Lui dormiva ancora, nudo e abbandonato, con un braccio su di lei. Fuori, l’alba cominciava a filtrare. Maricel si alzò piano, attirata da un debole raggio di luce che cadeva su una mensola. Cercava qualcosa da indossare, e invece trovò un foglietto stropicciato, mezzo incastrato tra due libri. La calligrafia elegante, leggermente inclinata, catturò subito la sua attenzione:
“Alessandro, ti amo. Forse non lo saprai mai davvero, ma per me tu sei casa.
Tua, Aurora”.
Il sangue le salì in gola come un nodo. Il caldo divenne opprimente. Il respiro, corto.
«Cos’è questo?» chiese con una voce che tremava.
Alessandro si svegliò di scatto. La vide in piedi, vestita a metà, con il biglietto tra le dita.
«È vecchio… Non significa niente, ormai. L’avevo dimenticato, davvero.»
Ma era troppo tardi. Per Maricel, non era solo un biglietto. Era una crepa nel vetro appena soffiato.
«Per me significa tutto.»
Con il cuore in gola e gli occhi pieni di lacrime, si rivestì in fretta. Lui si alzò, cercò di trattenerla afferrandole il polso, ma lei si scostò con dolcezza. Senza rabbia. Solo dolore. Aprì la porta e scese le scale senza voltarsi.
Fuori, il paese ricominciava lentamente a svegliarsi. Dentro di lei, invece, qualcosa si era spezzato.
Alessandro rimase lì, nudo e immobile, nella sua mansarda surriscaldata, con addosso il sudore, il ricordo della loro unione e un biglietto troppo vecchio per poter essere perdonato.
La canzone che ti suggerisco di ascoltare per questo capitolo è:
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